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…there’s a new movie sheriff in town…

Duel - Numero 10 March 13th, 2006

Integralismi cinematografici

Ventiquattro anni e tanta voglia di raccontare storie. Questo è Duel il lungometraggio di esordio del “narratore di sogni” della nostra epoca Steven Spielberg.

Prodotto inizialmente per la televisione e poi ridistribuito al cinema dopo il successo straripante di E.T., Duel è una grande dichiarazione di intenti per il futuro di Spielberg regista.

Idea di per se molto originale: un commesso viaggiatore supera in macchina un’autocisterna che lo perseguiterà per tutto il suo viaggio cercando di ucciderlo, in quello che è a tutti gli effetti un vero e proprio duello.

Per tutta la lunghezza del film impera la fuga e l’inseguimento in un susseguirsi di immagini che coinvolgono lo spettatore in modo impressionante: basti dire che per tutto il film il parlato è di gran lunga in secondo piano, solo nella seconda parte del film cominciamo a sentire un quasi monologo interiore del protagonista, eppure il film continua in una scioltezza impressionante.

C’è, in una forma embrionale, quello che sarà Spielberg per il Cinema mondiale. Non racconta la storia in se ma racconta la paura assillante e il terrore che circonda la storia.

Il protagonista David Mann (Dennis Weaver) non vede mai in faccia il suo persecutore. Nella prima parte del film non parla nemmeno. Poi più il personaggio si sente in pericolo più lo spettatore entra nella sua paranoia tramite i suoi discorsi.
Non vediamo chi guida l’autocisterna e anche sul finale Spielberg ci lascia senza una risposta.
E’ questo stratagemma che fa aumentare in modo esponenziale il senso di persecuzione anche da parte dello spettatore.
Quando si ferma in un ristorante e capisce che il suo persecutore è lì con lui, anche lo spettatore ripassa mentalmente tutti gli indizi per scoprire chi è, ma come lo stesso protagonista non è in grado di risolvere l’enigma.
Lo spettatore viene inglobato in questo fastidioso senso di persecuzione e rimane stregato dalla storia: combatte con il protagonista e cerca di fuggire con lui.
Inoltre quando David Mann cerca di avvicinarsi a piedi, di persona, all’autocisterna per porre fine all’assurda situazione che stava vivendo, l’autista si allontana.
Era un duello fra un’autocisterna e una macchina. Le persone che li guidano non fanno parte del gioco.
La stessa autocisterna è quasi caratterizzata come se fosse un vero e proprio personaggio: i finestrini sporchi di sabbia sembrano dei grossi occhi e sul paraurti, quasi fossero delle medaglie di guerra, sono attaccate targhe di altre macchine che evidentemente avevano perso un duello.
Non esiste l’autista. Esiste solo l’autocisterna che vive quasi di una vita propria.

Così Spielberg gioca a disegnare un western particolarmente anomalo. Certo il concetto del duello è tipico della filosofia dei western. Anche l’ambientazione e i paesaggi: deserto, colori caldi sul marrone, la sabbia, il sole.
Anche le inquadrature: è facile sorprendere Spielberg che gioca con un “primissimo piano alla Sergio Leone”.
E per me ha avuto veramente un coraggio invidiabile a decidere di trasformare quello che era, a tutti gli effetti, un format prestabilito in un qualcosa di realmente rivoluzionario.
Inoltre Spielberg trova questa soluzione geniale per cui alterna periodi di grande terrore e di frenesia incontrollabile a momenti di pura calma apparente.
La stoffa c’era in qualche modo e si vedeva.
La voglia di stupire il pubblico, farlo terrorizzare c’è in questo film come in Jaws (Lo squalo) o aracnofobia.
Poi qualcosa è cambiato. Io ho una teoria al riguardo: la facilità di far stupire con effetti speciali al computer secondo me lo ha un po’ impigrito, facindolo sedere più sulla spettacolarità delle emozioni che sull’emozione intera del film.
Risultato? adesso cerca di stupirci con film come Munich. No grazie. Ridatemi E.T e Duel.

Trovare una citazione da questo film è molto più difficile, anche perchè sono solo le immagini che ci raccontano la storia ma ho molto apprezzato che man mano che la storia va avanti il protagonista si rivolge al suo persecutore sempre più come se fosse un dialogo a due:

“La strada è tutta tua amico, io non mi muovo di qui almeno per un’ora, forse intanto la polizia ti cercherà, oppure no.
Ma almeno sarai lontano da me. e poi stasera
-allora cara?
-hai fatto buon viaggio?
-eh Sì sì, come al solito,
uhm mica tanto come al solito”

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