American Beauty - Numero 14 April 18th, 2006
Integralismi cinematograficiSam Mendes, regista esordiente, nel 1999 ci propone come suo primo film questa pellicola che rimane ancora oggi una delle piu’ crude invettive contro il perbenismo e contro la famiglia americana.
Il Vuoto dipinto a sfarzo del successo ha rovinato l’intera societa’ in cui vivono i personaggi e rovinano le loro speranze, voglie, ricerche e passioni.
Lester Burnam (Kevin Spacey) e’ un uomo completamente mangiato masticato e digerito dall’orrenda quotidianita’ della vita. Ha perso completamente quella che era la sua voglia di vivere, quella felicita’ provocata solo dal vivere le cose che in gioventu’ lo rendeva un entusiasta.
“In realta’ era fantastico, era tutto sesso e spinelli”
Ma qualcosa cambia. Il personaggio di per se e’ completamente fermo all’apparenza ma in realta’ dentro qualcosa si sta muovendo. E’ scontento, frustrato, stanco. E non gli va bene.
Quindi “decide” di essere attratto sessualmente da una compagna di classe di Jane (Thora Birch), sua figlia, per trovare la molla per far cambiare la sua vita.
Se voi aveste la certezza di morire nel giro di un anno che cosa fareste?
Intorno a se lui in realta’ vede solo gente che ha accantonato la sua viglia di vivere, il suo essere entusiasta della vita.
Prima fra tutte sua moglie Carolyn (Annette Bening).
Dov’e’ quella ragazza che fingeva un attacco alle feste quando si annoiava? che correva nuda sul tetto del palazzo dove abitava per scioccare gli elicotteri del traffico? Ti sei completamente dimenticata di lei?
Ed e’ così. E’ questo crescere? E’ questo diventare adulti? E’ questo avere successo? Tutte domande che Lester si pone guardando sua moglie e alle quale in realta’ non sa rispondere. O almeno non sa rispondere per gli altri per se stesso risponde con i fatti. Lascia il lavoro e si dedica solo ed esclusivamente a raggiungere la propria felicita’, la propria pace.
Quello della moglie in realta’ e’ un ritratto molto triste. Completamente risucchiata dalla societa’ continua a ripetersi come un mantra “per avere successo bisogna proiettare un’immagine di successo”. In altre parole? Ipocrisia.
Si nasconde dietro a uno scudo di ipocrisia per non far vedere la sua profonda tristezza e la sua ancora piu’ profonda, e forse abissale, insicurezza.
Lei ricerca in qualche modo il bello fuori. Tutto deve andare bene fuori. Tutto deve essere perfetto agli occhi altrui.
Arriva addirittura a tradire il marito per proiettare una miglior immagine di successo.
E’ una donna triste che si e’ completamente dimenticata della ragazza che fece innamorare Lester, della ragazza che giocava con la piccola Jane.
Lei lo capisce alla fine, quando pero’ e’ gia’ troppo tardi. Non tanto perche’ Lester e’ gia’ morto, ma perche’ poco prima aveva dichiarato un placido
“[...]a scopare con quel coglione del principe dell’ammobiliare. E sa un cosa? Non mi interessa”
Lester raggiunge la sua stabilita’. Raggiunge la sua pace. Supera in qualche modo i problemi terreni. Capisce anche che l’attrazione sessuale per Angela (Mena Suvari), la compagna di scuola di sua figlia, e’ stato solo un pretesto per iniziare il suo cambiamento.
Arriva in una situazione emozionale che lo porta a dire di “stare da Dio”.
Il fatto che poco dopo venga ucciso e’ il perfetto epilogo a mio parere. Aveva raggiunto la sua meta, il suo obiettivo. Muore contento. E lo si vede anche quando appoggiata la testa sul tavolo in cucina ricoperta di sangue spicca in modo lampante un sorriso sulla sua faccia.
Personaggio chiave e’ anche Ricky Fitts (Wes Bentley), vicino di casa ossessionato da un padre omofobico e psicolabile, che vende erba a Lester e bene o male lo supporta per tutto il tempo della sua “ricerca spirituale”.
Nonostante tutte le sue stranezze Ricky e’ un personaggio molto sicuro di se stesso, e non in un modo finto e ostentato per nascondere le proprie insicurezze come lo sono Angela o Carolyn, ma perche’ sa perfettamente dov’e’ e dove vuole andare e con che mezzi.
Ha inoltre, in modo inspiegabile per un ragazzo di solo diciotto anni, raggiunto una consapevolezza del mondo che lo circonda che Lester riesce a raggiungere solo dopo la sua morte.
Dov’e’ la bellezza? Cos’e’ la bellezza? Non e’ dato saperlo ma nel momento in cui la vediamo ci sembra ovvia.
E’ un po’ il vero personaggio positivo della storia a cui il regista regala tutta la speranza per il futuro. E’ come era Lester alla sua eta’ e sia lui che il regista sperano che la vita non distrugga il suo modo di essere come ha fatto con tutti i personaggi adulti della storia.
Vincitore di cinque premi Oscar fra cui miglior fotografia e miglio regia, entrambi pienamente meritati. Per quanto esordiente Mendes ci regala un film mai noioso e dai colori vivi.
Mentre Kevin Spacey da al film quel valore aggiunto grazie ad una recitazione straordinaria che gli e’ valsa la statuetta per il miglio attore protagonista.
Qual e’ il senso dell’intero film? Qual e’ il senso dell’intera vita? Cerca di spiegarcelo Lester da morto. Ma noi, con i nostri piccoli occhi mortali, siamo in grado di capirlo?
“Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto l’istante non e’ affatto un istante. Si allunga per sempre come un oceano di tempo.
Per me fu lo starmene sdraiato al campeggio dei boy-scout a guardare le stelle cadenti.
Le foglie gialle degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada.
Le mani di mia nonna e come la sua pelle sembrava di carta.
E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird.
E Jane… E Jane.
E Carolyn.
Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi e’ successo. Ma e’ difficile restare arrabbiati quando c’e’ tanta bellezza nel mondo. A volte e’ come se la vedessi tutta insieme. Ed e’ troppo. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi. E smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia. E io non posso provare altro che gratitudine.
Per ogni singolo momento della mia stupida piccola vita.
Non avete la minima idea di cosa sto parlando ne sono sicuro. Ma non preoccupatevi… un giorno l’avrete.”







Finalmente un film che ho
Finalmente un film che ho visto! Purtroppo l’ho visto solo quand’è uscito al cinema, ormai parecchio tempo fa, quindi non lo ricordo alla perfezione, ma mi aveva colpito così profondamente che non ho affatto dimenticato le impressioni che avevo provato. Insomma, tutto questo preambolo per dire che non sono molto d’accordo con la tesi che mi sembra sia alla base della tua recensione, ma non posso citarti scene e dettagli per sostenenere la mia.
Quello che non condivido, di quello che hai scritto, è l’idea di film come invettiva, nè penso che la divisione che fai tra personaggi “positivi” e “negativi” sia appropriata. Mi spiego: entrambi questi concetti prevedono che l’autore, durante il film, giudichi. In qualche maniera, quindi, si senta migliore di quello di cui sta parlando. L’impressione che ho avuto io invece è che Mendes si limiti a descrivere, sospendendo il giudizio, raccontando storie e non idee, persone reali e non modelli di comportamento. Tratta, secondo me, tutti i suoi personaggi quasi con tenerezza, facendo uscire da ognuno di loro quello che hanno veramente dentro, insomma chiedendogli solo “chi sei?” e non “cos’hai da insegnare?”. Mi sembra che in ogni personaggio ci sia una grande ambiguità, e che ogni chiave di lettura lo appiattisca su una parte della sua verità, ma non riesca a coglierlo nella sua interezza. E per fortuna! perchè se riuscissimo a dire tutto quello che c’è da dire su un personaggio in parole, vorrebbe dire che il film ha fallito. Ci sono certe cose che solo il cinema può mostrare, e il suo compito è mostrare esattamente quelle (non è un’idea mia, parafraso Kundera). Faccio un esempio: Lester è un personaggio alla ricerca di una vita più autentica, o un patetico cinquantenne in crisi di mezz’età? No, perchè non puoi far finta che non sembri anche uno squallido cinquantenne in crisi, un po’ porco. Qual’è la verità? Nessuna delle due, la verità è solo il personaggio che si muove sullo schermo.
Certo, non nego che il ritratto che esce è cupissimo, e forse io la vedo ancora peggio di te perchè mi sembra che in realtà non si salvi nessuno, soprattutto non l’angoscioso vicino di casa (perchè non hai parlato della figlia poi?), ma secondo me Mendes lascia che sia lo spettatore a giudicare, dopo avergli spiegato come stanno le cose, non gli fornisce una visione già definita.
Punti di vista
Si capisco il tuo punto di vista…
mi spiego meglio… un esempio semplice e diretto è Carolyn che quando è da sola si tira gli schiaffi e si da della stupida oppure quando torna a casa nelle ultime scene vede i vestiti del marito e si mette a piangere disperata capendo quello che aveva fatto… e lei nella società cerca di proiettare un’immagine vincente di se per tutto il film ma solo alla fine fa i conti con se stessa…
Stessa cosa con il vicino di casa che picchia il figlio e gli fa un lavaggio del cervello lanciandosi in un’invettiva contro gli omosessuali per poi baciare fra le lacrime Lester…
quindi diciamo che c’è una via di mezzo fra il volerli stereotipare e il non volerli stereotipare…
quello su cui non sono d’accordo è il concetto di dare un giudizio…Mendes ha tutta la voglia di giudicare questa società prima ancora dei personaggi… e poi giudica anche i personaggi… soprattutto quelli che si fanno rinchiudere nella quotidianità e vivono con l’ossessione dell’occhio altrui…
poi essendo un film molto complesso ognuno lo vede e lo vive in un modo diverso. Io sono dell’idea che ciascuno di noi viva il film che vede in un modo diverso e l’attaccamento che si avrà nel futuro per quel film è legato a mille fattori emozionali che escono al di fuori del film e si legano alla vita dello spettatore…
insomma mi sono un po’ perso ma spero di aver detto la mia (un po’ confusa forse) al riguardo
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Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare.