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…there’s a new movie sheriff in town…

Vero come la finzione – numero 28 March 20th, 2007

Integralismi cinematografici

A volte ci si immagina protagonisti di un romanzo e ci si diverte a invertarsi una voce narrante che descrive, interpreta e predice quello che la nostra vita ha in serbo per noi.

Ma cosa succederebbe se fossimo davvero i protagonisti di un romanzo? E soprattutto saremmo in una Commedia o in una Tragedia?

Vero come la finzione, Stranger than Fiction, parla proprio di questo. Harold Crick, interpretato da un convincente Will Ferrel, è una persona che non vive. Che per non soffrire, per non combattere con la vita ha impostato tutti i suoi giorni con una precisione matematica. Una routine basata su tempi, numeri e precisione. Cosa c’è di più sicuro nella vita della matematica? I numeri, da che mondo e mondo, sono sempre stati uguali e per chi non vuole più sorprese sono la tranquillità e la sicurezza che la vita normale non è in grado di dargli. Chi non ha più voglia di giocare fa della sua vita una routine perfetta, ogni giorno uguale e preciso agli altri.
Harold si trova in questo stato mentale e non si chiede se la sua vita potrebbe essere migliore o peggiore. Lui la vuole così o almeno ha smesso di chiederselo.

Poi un giorno Harold sente la sua voce narrante. E gli preannuncia la sua morte.

Preso dal terrore va da una psichiatra che gli diagnostica la più classica delle schizzofrenie. Il problema è che lui non sente una voce che gli dice cosa fare; è solo una voce narrante.
“Beh allora le consiglierei un esperto in letteratura.”

Harold quindi va da un professore universitario, Jules Hilbert, che lo introduce alle complicate e stravaganti leggi della letteratura. Ma la domanda basilare che Hilbert pone a Harold è: siamo in una commedia o in una tragedia?
Dustin Hoffman ci regala un Jules Hilbert spettacolare strano ed eccentrico come tutti ci immaginiamo un professore universitario che accetti di aiutare una persona che dice di sentire la voce narrante del libro della sua vita. Caffeinomane e a piedi scalzi. Pressochè perfetto.

Nel frattempo incontra Ava Pascal. Panettiera bella e tenace, convinta delle sue idee politiche e decisa a non pagare quel ventidue percento di tasse che il governo americano stanzia per l’esercito e Maggie Gyllenhaal interpreta perfettamente questo ruolo. Facendo innamorare ogni spettatore di sesso maschile.
Ora fermiamoci un attimo: come si fa a non innamorarsi di una così?
Bella, fiera e decisa. Quel pizzico di pazzia che male non fa.

Harold appena la vede non riesce più a pensare e la sua voce narrante esplicita le sue fantasie lasciandolo imbabolato a guardarle il decoltè.
La conquisterà regalandole fior di farina. Quale regalo più azzecato e romantico?

Ma chi sta scrivendo la storia? Potrebbe essere questo il bandolo della matassa.

Ed ecco subentrare Emma Thompson che interpreta Karen Eiffel, scrittrice di tragedie con il blocco dello scritto e affetta da visioni nichiliste.
Altro personaggio perfetto che dipinge una figura di artista depressa e schiava del suo talento.
Harold riuscirà a contattarla ma il suo finale è già scritto. Lo leggerà e, per stessa voce di Hilbert, rende il libro un vero capolavoro.
La vita di un uomo vale una pietra miliare nella storia dell’arte? Questo è un interrogativo che in realtà nel film è solo marginale.
La forza del film è proprio nel rimanere semplice. Uno scivolare nel meta testo avrebbe voluto dire rovinare l’intera opera che nella sua semplicità trova la sua perfezione.
Il libro verrà trasformato da Eiffeil in una commedia riscrivendo il finale. E il libro magicamente diventa il film. Come può un uomo andare incontro alla sua morte nella piena consapevolezza del suo gesto? Per magia escono fuori tante piccole incongruenze nella narrazione.
Ma Karen Eiffel racconta ad Hilbert della presenza di tutte queste incongruenze e di come sarà costretta a rivedere l’intero libro. E anche il finale. Che non è più un capolavoro ma è “Ok” come lo stesso Hilbert lo definisce.

Così come nel libro anche il finale del film è solamente “ok”. Non è niente di strepitoso. Ma in fondo tutti noi volevamo il lietofine e tutti non ce la sentiamo di condannare alla morte Harold che è cresciuto ed è pronto ad affrontare una nuova vita.

Il finale è ok, non è geniale, ma ci piace così.

Grande esordio alla sceneggiatura dell’elvetico Zach Helm che ci racconta questo strano intreccio di storia in un modo molto interessante.

Tutti noi vorremo che la nostra vita fosse, ovviamente, una commedia. Forse basterebbe svilupparla così?

L’ultima cosa da decidere definitivamente è se si trova in una commedia o in una tragedia. Per citare Italo Calvino “il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti sono la continuità della vita l’inevitabilità della morte”. Tragedia lei muore, commedia si accasa. La maggior parte degli eroi comici si innamorano di personaggi introdotti nel corso della narrazione. Personaggi che inizialmente odiano il protagonista. Ora non riesco ad immaginare chi possa odiare lei, Harold

Professore sono un agente del fisco. Tutto il mondo mi odia.

Giusto già bene… ha conosciuto qualcuno di recente che potrebbe odiarla dal profondo del cuore?

Sto controllando le tasse di una donna che mi ha detto va a spasso.

Beh direi che questa è una commedia, cerchi di svilupparla così..”

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2 Responses to “Vero come la finzione – numero 28”

  1. Mo says:

    Non conosco questo film, ma che brutta la traduzione del titolo…

  2. Teo says:

    E The eternal sunshine of the spotless mind che viene tradotto in se mi lasci ti cancello?

    quando traducono il titolo di un film dall’inglese prendendosi delle licenze di solito non ci azzeccano mai…

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