INLAND EMPIRE July 26th, 2007
Mo's Two CentsSempre più convinto dal guest posting oggi Mo vi parlerà di INLAND EMPIRE. Come già fatto più volte su queste pagine Mo si lancia su cose che io non toccherei nemmeno per sbaglio. D’altra parte “Ubi maior minor cessat”.
Un giorno magari anche io inserirò una ricetta di cucina sul suo sito!
buona lettura.
Teo
INLAND EMPIRE… maiuscolo, perchè Lynch ha voluto così. Ovviamente non è questa l’unica cosa strana.
IE è un film che si guarda con delle aspettative: vogliamo vedere cosa si inventa dopo il terrificante Lost Highways (nel senso che a me ha messo una paura tremenda) e il, secondo me, troppo edulcorato Mulholland Drive.
Ci aspettiamo di ri-partire da L.A. visto il titolo nuovamente “stradale”, ma si parte con una citazione: la famiglia di conigli di Rabbits (con il doppiaggio di Laura Harring e Naomi Watts, la mora e la bionda di Mulholland Drive). Si prosegue con una prostituta polacca che discute con un cliente, una spettatrice in lacrime di fronte al nonsense dei conigli… Dopo i fuochi d’artificio iniziali si ritorna in carreggiata e conosciamo il personaggio principale: Nikki Grace, professione attrice, interpretata da una stupefacente Laura Dern (vi ricorderete di lei in Cuore Selvaggio, o forse in Jurassic Park…). Nikki riceve un’inquietante nuova vicina, interpretata da Grace Zabriskie (a.k.a. la mamma di laura Palmer) che snocciola una serie di incomprensibili profezie alla disorientata Nikki. La nostra attrice viene ingaggiata per una parte in un film, nel cui cast troviamo Jeremy Irons nella parte del regista, Justin Theroux (Mulholland Drive) come attore protagonista e Harry Dean Stanton (Una storia vera, Fuoco cammina con me, Cuore selvaggio) nella parte di un buffo assistente alla regia, che passa il suo tempo chiedendo spiccioli a chi gli capita sotto tiro.
Il cast del film (il film, non il film nel film) tanto per cambiare è ricco di attori di fiducia del buon Lynch. La storia del film nel film, che è a sua volta il remake di una pellicola la cui realizzazione fu interrotta in circostanze misteriose, è abbastanza semplice: un innamoramento tra un uomo e una donna sposati, la più classica delle tentazioni e dei tradimenti. Ben presto il confine tra il recitato e la vita dei due protagonisti si fa sottile, ma rimane scandito dal cambio di costumi e di sottofondo musicale.
Aperta parentesi: per la prima volta dopo molti film si interrompe il fortunato sodalizio tra Lynch e Angelo Badalamenti; il visionario del Montana questa volta decide di farsi la colonna sonora tutto da solo. Il vero e il recitato continuano ad avvicinarsi. Diceva qualcuno che “nessun sogno è mai soltanto sogno”, in questo caso nessun film è mai soltanto un film e se ne accorge anche la protagonista, che appare inquieta come chi nei sogni sa che sta per mettersi nei guai, ma sa anche che non c’è via di scampo, nei guai ci si finisce per forza.
Lo spettatore esperto capisce che ormai ci siamo, fin’ora è stato tutto troppo semplice, quasi lineare.
In effetti puntualmente arriva il cambio di passo. Questa volta basta un graffio nella pellicola che non c’è (il film è girato in digitale) per lasciare intendere che per adesso abbiamo scherzato, è ora di mischiare le carte: lo spettatore esperto si frega le mani, il principiante della fila davanti sta ancora commentando col vicino “speriamo che prima della fine si capisce qualcosa”.
Ingenuo, da qui in avanti è tutto delirio…
La nostra Nikki (o forse è Susan, quella del film) viene proiettata in un diabolico gioco di scatole cinesi: sembra cadere da un posto all’altro, da un punto all’altro di una linea temporale che inizia a ritorcersi su se stessa.
Il mistero si infittisce con qualcuno che deve uccidere qualcun altro, si salta dalla Polonia a Los Angeles, dal vero al finto e al nonsense. In questa dimensione dove tutto è relativo troviamo il tempo per riconoscere molti ritratti d’America di un’efficacia sorprendente.
L’America ricca e l’America “media” si confondo nelle stesse facce e nelle stesse storie, apparentemente diverse ma ugualmente mostruose.
Non c’è differenza tra le pin-up spensierate e le prostitute sulla strada, tra il ricco marito geloso e il becero mangiatore di hamburger del Mid-West. Solo chi li vede da fuori se ne rende conto, e non le resta che piangere.
Sarà una mia impressione, ma questa volta Lynch è più diretto, più concreto. Si contorce oltre ogni limite, si rivolta contro tutti, fa tutto da solo e coglie nel segno.
Nel finale si fa più evidente anche l’attacco all’establishment hollywoodiano. Hollywood Boulevard diventa la scena della lunga e straziante sequenza finale. Le pin-up canterine si mostrano per quello che sono veramente e assistono impassibili alla morte della protagonista, che si consuma sotto lo sguardo indifferente di due grotteschi interlocutori: una nera e un asiatica.
Lynch chiude citando le sue origini (Six Men Getting Sick, il suo primo cortometraggio). Fermi tutti, non si chiude proprio così, ma dei molteplici finali non vi dico nulla, guardate il film e poi ne riparliamo.
Dico solo che trovo geniale l’ultima scena, il finale dei finali, che dimostra che in fondo era un po’ tutta una messa in scena, che dietro le quinte rosse il burattinaio si diverte alle nostre spalle con i suoi nani, le sue scimmie e le sue ballerine.
Concludendo: nella carriera di Lynch questo film segna un passo importante.
Finalmente è riuscito a fare quello che voleva, lavorando da solo dall’inizio alla fine, dalla non-sceneggiatura alla produzione e alla distribuzione (infatti in Italia ne sono state distribuite ben 25 copie… mica come il compagno Moore che poverino lo censurano tutti).
INLAND EMPIRE segna un punto d’arrivo, speriamo che possa essere anche un punto di partenza, l’inizio di qualcosa di importante che possa legittimare definitivamente una carriera premiata troppo in fretta.








Assolutamente allucinogeno!
Spettacolare!
Ciao!
premetto che la tua, mo, è la prima recensione che leggo su IE. sono ancora un po’ stordita dall’orgia di immagini che continuamo ad assediarmi la mente..credo che questo sia il film più dionisiaco di lynch. non riesco ad afrontarlo razionalmente (forse rivedendolo comincerei a cogliere i nessi, come mi è accaduto con mulholland drive..).
lynch io lo vedo col corpo.
prima di tutto mi aderisce alla pelle. districarlo implica un distacco che non è possibile avere alla prima visione.
esteticamente l’ho trovato formidable. per la mia concezione estetica naturalmente…le inquadrature ravvicinate, le angolature deformanti che plasmano un’espressione come se i volti degli attori fossero creta pura, direttamente modellata dalla mani di lynch..
non so però se sono del tutto d’accordo col fatto che questo film sia migliore dei precedenti. cioè, sicuramente qui lynch ha superato se sesso. l’eccesso diventa la misura costante e non c’è tregua al gioco di specchi che in altre circostanze lasciava ancora spazio ad una possibile decifrazione…ma io trovo mulholland drive più raffinato. parlo a livello di “confezione”, non di sceneggiatura (o non-sceneggiatura in questo caso…). anche se, confesso, lost highway è stato per molto tempo il mio preferito perchè, nella sua imperfezione, mi dà la sensazione di toccare un materiale grezzo, quello stesso materiale poi portato all’eleganza in mulholand drive.
insomma, resto sempre affezionata ai miei amori…in sostanza ci devo ancora pensare. e devo rivederlo. terrò presente le tue considerazioni in proposito…
a livello molto superficiale direi che qui si delinea una specie di compattezza (oddio..che parolona assolutamente inadeguata in questo caso!) grazie al tema del tempo. quel tempo circolare che fagocita in sè passato presente e futuro. gli scambi di persona, che in lost highway diventavano storie parallele e in mulhlland drive scaturivano direttamente dalla mente della protagonista, qui si giocano sull’idea dell’incommensurabilità del tempo. ci sono ovviamente le storie che si incastrano, i film nel film, che tu hai già spiegato bene. ma al fondo io ritrovo questa tematica, in un certo senso “unificante”: il non sapere se oggi sia in realtà ieri o già domani, dubbio che ristretto all’ambito esistenziale può in effetti coinvolgere singolarmente ciascuno di noi: le infinite possibilità di cui siamo costituiti. chi sarò io domani? chi sono stato ieri? me lo chiedo anche senza trovarmi catapultata in strane sceneggiature mai girate per una sorta di maledizione…
al tema del tempo si collega quello del dentro/fuori…di un personaggio che è spett-attore e che ogni volta che arriva a guardarsi dall’altra parte e riconoscersi (con l’angoscia dello sdoppiamento naturalmente..) raggiunge un punto di non ritorno e si vede ricacciato in altre dimensioni…(la famosa scatola blu è ormai diventata davvero un incastro di scatole cinesi, come dici tu…). l’idea che mi ha lasciato è quella del contatto che appena è sfiorato diventa immediatamente impossibile…come se ogni volta che nikki-susan sembra ricongiungersi a se stessa una forza centripeta la risospingesse nel caos…
tra parentesi ho trovato anch’io davvero fenomenale laura dern…che ricordavo anche in velluto blu…(lynch in efetti l’ha diretta in parti molto diverse, e questa sua malleabilità la rende interessante).
mah..sono solo impressioni disordinate e scritte di fretta prima di cena…
ma tu credi davvero che uno possa fare un altro film dopo che ha partorito una cosa del genere?????
dimenticavo, quel “qualcuno ha detto” è splendido nella sua spudorata reticenza…
Lascio cadere la seconda briciola di pollicino: qualcuno ci mostrò anni orsono un uomo (o forse “l’uomo”) che viaggia nel tempo e nello spazio, in modo apparentemente più lineare di quello che vediamo qui. Ma non accade forse che l’uomo si trovi di fronte a sè stesso, anziano, disteso su un letto in una stanza senza tempo e senza luogo? Lo stesso accade alla protagonista di INLAND EMPIRE, che si ritrova ad osservare sè stessa seduta su un divano. (di briciole, se volete, ne ho piene le tasche)
Per quanto riguarda l’aspetto estetico del film devo dissentire. Apprezzo molto che Lynch sia sceso in campo in prima persona (la camera la maneggia lui, non c’è un operatore), ma il digitale, anche in mano sua, non mi convince fino in fondo. Spesso lo trovo troppo crudo, troppo freddo. Su questo però lui non sente ragioni: gli piace così, brutto e veloce, e giura che mai e poi mai tornerà alla cara veccchia pellicola.
Sì il digitale non convince neanche me in toto, ma è vero che l’impatto visivo è innegabile!
brutto e veloce…
è esattamente come piace a me!
(parlo di film naturalmente…:-)
il mio comunque non è un giudizio tecnico, questo credo tu lo sappia. io ti dico le mie impressioni a pelle..(non so giudicare in modo pertinente sul’uso del digitale…e, non avedone le competenze, non mi permetterei mai!)
mi è piaciuto in questo caso l’eccesso, anche se porta magari ad esiti imperfetti o volutamente stranianti.
cosa precisamente non ti convince fino in fondo? mi spieghi?
comunque, io parlo dela “confezione” nel senso che ho avuto la sensazione che il film fosse, in certi tratti, abbandonato a sè stesso. troppo “sbrodolato”, si perdesse e, perdendosi, rompesse quell’incisività inquietante che invece riconosco nel lynch degl ultimi film (nonostante i suoi deliri). insomma, come se avesse delle parti eccessivamente “diluite”, di cui nemmeno lui sapeva la direzione…(so la storia della sceneggiatura, ma non so se mi piace che questa incertezza creativa, che è forse il terreno dela sua genialità, si veda…)
sono consapvole che questa mia impressione può essere semplicemente causata dalla situazione in cui ho visto il film (troppo casino, troppe distrazioni, troppa gente, i film si guardano da soli, troppe interruzioni…). per questo sono dispostissima a ricredermi, non appena finalmente riuscirò a rivederlo
come vedi, ho molti punti di domanda…ma di solit, quando parto così, il film è destinato a diventare una mia inguaribile passione…
mi regali qualche altra briciola?
Quanti paroloni sprecati per un film del genere…
Mah, io continuo a preferire Vanzina a Lynch!
Fantastico cultura vera!!! Io ancora non me la sento di guardare sto film… Lynch è immaginifico… ma forse più che cinema fa videoarte.
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