Somewhere di Sophia Coppola September 4th, 2010
Venezia 2010
Ciao sono Sophia Coppola e posso permettermi di mettere come scena di apertura una Ferrari che fa continuamente un giro di pista per tre minuti buoni.E’ un po’ questo il succo finale del film che, diciamolo subito, non e’ un brutto film. E’ piacevole, a tratti divertente, non stanca nonostante gli interminabili silenzi, le interminabili inquadrature gia’ viste in Lost in Translation.
Insomma Sophia Coppola e’ altezzosa e snob come la sua Maria Antonietta e direi altrettanto inconscia del mondo che la circonda. E’ molto ostentato tutto cio’ che le e’ permesso e che a molti altri registi non lo e’. Questo continuo indugiare sui personaggi inermi che non agiscono. Che cuociono paste scotte, che fumano lenti sigarette perfette, che bevono lenti birre perfette.
E’ il suo mondo nel quale e’ cresciuta. Ovvattata, forse sola e annoiata.
Il suo personaggio principale e’ ricco famoso e annoiato. E nel film di per se non succede niente. Non c’e’ un episodio di svolta che induce al cambiamente del personaggio. Che forse e’ quello che succede molte volte nella realta’. Uno vive nella sua vita fino a quando la misura e’ colma. E non c’e’ nessuna goccia che fa traboccare il vaso.
Ecco in questo film il vaso non trabocca per una goccia di troppo. Trabocca e basta.
Mi rimane un dubbio in tutto cio’. Se non si fosse chiamata Coppola di cognome Sophie avrebbe potuto fare i suoi film? Avrebbe trovato i soldi per produrre le sue lunghe e interminabili inquadrature?







L’ho visto ieri sera e certo non ti si può dare torto. A suo favore però posso dire che in pochi film ha già acquisito una cifra stilistica tutta sua che rende i suoi lavori immediatamente riconoscibili e non è poco. E poi mette molta attenzione alla colonna sonora, scegliendo sempre dei pezzi molto belli e azzeccati. Per il resto questo film, come anche gli altri che hai citato tranne forse “Le vergini suicide”, è effettivamente molto snob.
Consola che con la Coppola non si è mai gridato al miracolo. I suoi film piacciono a molti, me compresa tranne “Lost in traslation” che ho odiato, ma non viene idolatrata come un vero “fenomeno”.
Grazie infine per questi post in diretta da Venezia: leggendoli è come se fossi anch’io lì, almeno un pò.
mi fa molto piacere questo tuo commento…
Per la Coppola… sono d’accordo con te. I suoi film sono riconoscibili… e il suo essere snob non e’ per forza solo un difetto. Infatti il film si vede ed e’ piacevole…
A me Sophia Coppola piace proprio così com’è! Se non fosse figlia d’arte, forse non sarebbe venuta su così… ma vorrei vedere i suoi film (soprattutto Lost in Translation) anche se si chiamasse Sophia Cippola
Di questo film,salvo solo la colonna sonora,che in tutti i lavori della Coppola,mi ha sempre convinto.
Per il resto lei è Sofia,fa la snob,non ha paura di esserlo e si vede dal suo modo di girare;i suoi film sono immediatamente riconoscibili è vero,ma spesso di una banalità sconcertante;per i mezzi che ha potrebbe fare tantissimo di più,decisamente.
Arrivo tardi forse per questo commento, ma già che ci sono non mi posso esimere.
Non dubito che sia girato magnificamente dal punto di vista strettamente tecnico, e sicuramente la colonna sonora è splendida. Ma, a parte questo, Somewhere è un film insulso, totalmente privo di qualsiasi significato che non sia contenuto più efficacemente in numerose canzoni di Britney Spears. Era un nichilismo voluto? E’ autobiografica la figura della figlia viziata ma ugualmente infelice? Forse. Però sticazzi.
Abbiamo visto Somewhere regia di Sofia Carmina Coppola.
Sofia Coppola è al suo quarto film, i precedenti sono state tre opere di notevole maestria e intelligenza. Nel 1999 ha debuttato con Il giardino delle vergini suicide, film meno conosciuto dal pubblico, un ritratto di famiglia fuori dal comune: cinque sorelle fra i quindici e i diciannove anni vivono la loro crescita tormentate da una madre integralista e sorda e un padre assente e senza personalità, rinchiuso nella costruzione di modellini. Il secondo film è stato Lost in Traslation storia e sviluppo fuori dai cliché, splendidamente scritto, diretto e interpretato e ha ottenuto l’oscar come migliore sceneggiatura. Nel 2006 dirige Marie Antoinette sulla regina della Rivoluzione Francese, ma dove tutto è leggero, giovanile e post moderno; con uno stile innovativo, fresco, pop. Per parte della critica i tre film, per le affinità tematiche, sono definiti come la trilogia della giovinezza inquieta. Va da ricordare che per una giovane donna (oggi ha circa quarant’anni) non deve essere stato facile trovare una sua strada fatta di originalità e intelligenza, avendo come padre Francis Ford Coppola, come madre Eleanor documentarista e scrittrice di un bel libro sulle disavventure sul set di Apocalypse Now, per non dimenticare un fratello Roman regista, una zia l’attrice Talia Shire (ricordate: Adriana, urlato da Stallone in Rochy?), cugina di Nicolas Cage e Robert Carmine (attore e leader dei Rooney). Da alcuni anni oramai Sofia Coppola non è solo figlia o cugina o nipote di qualcuno, è una regista affermata, ha il suo pubblico affezionato ed è nello star system hollywoodiano nel senso più pieno ed anche snob del termine.
Il suo quarto film è presente al Festival di Venezia, in gara, ed è uscito nelle sale in questi giorni. Col suo solito stile ci racconta di Johnny Marco, un divo di Hollywood che ha recitato anche con De Niro, Meryl Streep e Al Pacino. E’ bello, pieno di donne e con una vita apparentemente piena. Vive in una suite del leggendario Hotel Chateau Marmont, dove hanno vissuto Greta Garbo, Marylin Monroe, Alan Delon; dove ha trovato la morte John Belushi e Jim Morrison è finito in ospedale. Scorazza in giro sulla sua Ferrari nera quasi alla ricerca di un istinto di libertà che non sembra possederlo lucidamente e nella sua suite ci sono sempre feste, splendide ragazze in attesa e le solite pasticche. Johnny sembra a proprio agio in questa situazione di torpore, fra ballerine di lap dance di notte e conferenze stampa, interviste e lavori vari di giorno. Fino a quando la ex moglie con una telefonata gli lascia per alcuni giorni la figlia undicenne, Cleo (Elle Fanning). Questo avviene alla fine del primo tempo, troppo in ritardo perché questo sia la naturale storia. L’incontro con la figlia non è conflittuale o presago di piccoli screzi, anzi è sereno e spensierato, e lo stare assieme si svolge tra camere d’albergo con piscina a Milano, mangiate di gelato notturne, aerei e auto con autista, gare di videogiochi e il ritiro di un premio a Milano tra la Ventura nazionale e la Marini che canta e sgambetta (questa italietta patetica raccontata da Sofia Coppola è sì triste e provinciale ma è troppo banale e superficiale). Quando Johnny e sua figlia ritornano a Los Angeles devono dividersi, la bambina deve andare in un centro estivo e lui resta all’improvviso da solo, spinto a fare bilanci e riflessioni esistenziali, sulla sua posizione nel mondo e affrontare domande che prima o poi tutti dovrebbero porsi. E l’ennesima fuga in auto gli permette anche un sorriso finale liberatorio.
Una trama molto semplice, sulla futilità e fragilità di certe vite che viste da lontano sembrano splendide e appaganti e invece sono vuote e deprimenti (io banalmente farei a cambio di corsa). L’elemento narrativo che sconquassa (?) questa vita è Cleo, che dovrebbe smuovere la ‘calma piatta’ del divo e portarlo a cercare “il vero” oltre il suo mondo “di finzione”. Ma purtroppo non accade nulla di importante o di significativo, si segue il film senza interesse o curiosità, forse in attesa di un finale forte che mitigherebbe la fiacchezza e la poco originalità di molti passaggi. Insomma film non risolto, che gira a volte in maniera lenta e fastidiosa su se stesso.
La cifra stilistica dei precedenti film della Coppola che era la sua forza, in questo sembrano mostrare tutti quei limiti derivati anche da contiguità esistenziale dell’autrice con il suo ambiente. Viene d’istinto da dire che fare un film alla Wenders o all’Antonioni senza avere l’età e lo spessore è rischioso e sbagliato.